sabato 3 dicembre 2016

UN NO PER LA DEMOCRAZIA


Una parte del Comunista che è in me, sicuramente unitamente ad altri milioni di cittadini che la pensano diversamente da me, giudica con favore alcuni aggiustamenti contemplati dalla riforma della Carta costituzionale propagandata dal Governo.
Il monocameralismo - anche se zoppo - l’abolizione del Cnel, la necessità di garantire il rispetto dell’eguaglianza dei cittadini residenti nelle diverse regioni italiane, il ridimensionamento della casta.
L’altra parte del Comunista che è in me, quella dominante, dice no al progetto di riforma caldeggiato dal Governo e dice no per due semplici ragioni:
in primo luogo, per l’avversione per i tanti bulli che abitano il Governo e le nostre Istituzioni;
in secondo luogo, per  contrastare la visione caporalaresca di chi, a Roma come altrove,  riveste  incarichi  politici e istituzionali nell’area di governo.
Lor signori, adesso come in passato, hanno “picconato”brutalmente, sostanzialmente e ora anche formalmente, l’impianto della nostra Carta fondamentale, scardinando l’assetto dell’equilibrio dei poteri in favore del Governo e del Presidente del Consiglio pro tempore.
Non metto in discussione il vigore, l’energia, la forza del Presidente del Consiglio dei Ministri, né, voglio mettere in discussione la presunzione della sua buona fede.
So per certo che la mamma degli egocentrici, dei bulli e dei caporali è sempre incinta e che lor signori hanno fatto un gran male alla nostra società, all’economia e allo Stato.
Per amore del senso comunitario, spaccato in due  con prepotenza dal Governo,  dei nostri figli, delle generazioni future, questo comunista domani non potrà far altro che segnare con una bella croce la casella del no.
Così facendo credo che, per parte mia, contribuirò ad impedire ai bulli, ai caporali agli egocentrici che verranno dopo di Renzi, rappresentandosi  con  “qualità” superiori  alle sue, di estirpare le radici della nostra Democrazia.
Invito, inoltre, ognuna e ognuno di Voi a riflettere sulla delicatezza del momento prima di crociare il si.

domenica 27 novembre 2016

“QUI COMANDO IO… QUESTA E’ CASA MIA...”

La Grottaglie politica e istituzionale degli ultimi cinque mesi si rappresenta in pratica identica a quella che abbiamo deciso di metterci alle spalle.
La speranza, seminata nelle fasi che hanno preceduto il “cambiamento” e l’insediamento della nuova classe dirigente, appare fortemente offuscata, se non completamente disattesa.
Chi ha pratica della Pubblica Amministrazione sa benissimo che, per effetto di legge, l’opposizione, oramai, non conta quasi nulla.
La nuova classe dirigente, allora, non può imputare tutte le responsabilità del presente ad altri (il loro passato e il loro oggi considerato inadeguato, non all'altezza), una tale facile scappatoia può funzionare fino ad un certo punto e certamente per un tempo assai limitato.
In secondo luogo il cambiamento, quando lo si vuole veramente, non lo si pronuncia ad ogni piè sospinto; lo si fa e basta.
In terzo luogo, i nuovi Organi di Governo della Città sono sentiti e vissuti da tanti, anche in questo conformemente a chi li ha preceduti, come i nuovi padroni di casa e non, come invece dovrebbe essere, come un’istanza arrivata per fecondare un nuovo modo di amministrare.
Le vecchie classi dirigenti hanno avuto, ed ancora hanno, gravissime responsabilità  nella determinazione del grado di abbrutimento culturale, sociale, politico, istituzionale, fisico della nostra Città.
Il presente, invece, testimonia l'incapacità, speriamo momentanea, della nuova classe dirigente di fecondare visioni, prassi e atti amministrativi preordinati a realizzare i radicali cambiamenti che occorrono nella macchina amministrativa del Comune e in ogni ambito della Città.
Quanto si va palesando negli atteggiamenti dei nostri rappresentanti, di Governo e di Opposizione, nell’Assise comunale si rappresenta come il segno tangibile, più che di una rivolta generazionale, di un persistente infantilismo politico o, addirittura, di un vero e proprio delirio di onnipotenza; assai simile a quelli catastrofici che la storia del secolo scorso ci ha rappresentato – ad abundantiam - e che il sesto di secolo che si è apprestato continua a farci vedere.
Se a breve non riusciremo a comprendere che occorre un nuovo ordine capace di ridefinire e reindirizzare la mutagenesi antropologica – di cui questo quadro politico sembra pregno - introdotta da modelli che ognuno di noi ha incorporato nel trentennio passato, attraverso un sistema iocentricoco che si palesa in ogni dove (social, Comunità - dalle più piccole a quelle più grandi - Consiglio comunale, ecc.), e che questo nuovo ordine dovrà essere impostato con la determinata consapevolezza di assumere ogni diversità come ricchezza, allora siamo davvero all’inizio della fine: non ci potranno essere promesse di cambiamento che tengano, non potrà che vincere la falce della “disperanza”; dell’assenza di futuro per tutti.
Tutto ciò presuppone, prima della Legge, l’incondizionato riconoscimento e il totale rispetto dell’altra e dell’altro, secondo la Legge, invece, il rispetto delle regole condivise legittimamente approvate e vigenti (a nessun Organo burocratico e di Governo del Comune di Grottaglie rende onore il video dell’ultimo Consiglio comunale in merito all’art. 30, comma 10, del Regolamento, neanche alle due Consigliere di maggioranza che hanno annunciato l’astensione. A tale riguardo, mi auguro che alcuni piccoli o grandi stalinisti presenti in famiglia non le additino per questa, seppur timida, presa di posizione).
Poi verrebbe una riflessione sulla  Politica, ma questa è un’altra storia...Vostro

domenica 5 giugno 2016

ACCENDIAMO LA SPERANZA

Cara elettrice, Caro elettore, oggi tocca a te decidere. Oggi hai la possibilità di essere protagonista nell'avvio di una nuova stagione. Di accendere la speranza. Lo farai, solo se avrai la forza di non lasciarti confondere dalle false promesse dei voltagabbana, dei tanti che cercano di "vendere" o di "comprare". Lorsignori , tutte e tutti lo abbiamo a lungo sperimentato,  sono cattivi "agenti di commercio" di una concezione del potere costruita per fecondare interessi personali o di gruppi.
Cara elettrice, Caro elettore, oggi, se lo vorrai, riprendendoti la parola, darai voce all'altra Grottaglie, esprimendo il tuo voto in favore del candidato Sindaco Ciro D'Alò.

mercoledì 13 aprile 2016


DICIAMOGLIELO...

     Signor Presidente del Consiglio, noi il 17 aprile votiamo; perché votando riprendiamo nelle nostre mani l'unico vero potere  che ci resta.
     Signor Presidente, noi domenica metteremo una bella croce sul SI, perché il tempo del cambiamento è già passato.
      Lei, il Suo Partito e il Suo Governo sulla pratica democratica, sulle questioni energetiche ed ambientali - dalle Alpi alla Sicilia - siete, nella migliore delle ipotesi, in forte ritardo.

venerdì 28 agosto 2015

L’ALTRA GROTTAGLIE

In “Unione Popolare” ho auspicato la gestazione di un cartello composto di movimenti politici, sociali e individui - ragazze e ragazzi, donne e uomini - che, uniti da ragioni comuni, da definiti ambiti programmatici e, soprattutto - su tali basi - da sinceri vincoli di solidarietà, si candidino a governare Grottaglie oltre la  prossima primavera.
L’ho fatto perché sono convinto che la classe politica che ha governato, e governa, la nostra città si sia resa responsabile del grave processo di depauperamento economico, politico, sociale, morale, culturale e  ambientale del nostro territorio.
L’ho fatto, anche, perché, come tanti altri ed altre, sento forte e urgente il bisogno di procedere nello “svellimento” e nella “bonifica” di un terreno di coltura fortemente inquinato, al fine di consentire a nuove e giovani “sementi”, da seminare e far germogliare, di fruttificare “l’Altra Grottaglie”.
Da oltre un ventennio in Italia, in ogni dove, domina una “nuova” religione: quella  dell’io. Le comunità organizzate, dalla più piccola alla più grande, sono diventate espressione del volere dei singoli che, per motivi diversi, riescono a collocarsi ai loro vertici.
Su questa scia, anche a Grottaglie, già sentiamo rumoreggiare l’eco, ridondante, di tanti “io”, vecchi e nuovi,  che, più che della necessità di ri-fondare la politica e l’agire amministrativo, sembrano – ancora una volta – essere vinti dagli “spiriti animali” (un esempio indicativo è rappresentato da chi nel campo del centro sinistra oggi chiede le primarie dopo che in passato ha strenuamente lottato - tra l’altro centrando l’obiettivo - per evitarle).
La buona Politica, la buona Amministrazione che serve a Grottaglie, come altrove, ha bisogno di incardinarsi su termini e comportamenti antitetici rispetto alle manifestazioni d’interesse ispirate dall’ego. Quelle  manifestazioni, per come agite e formulate, si rappresentano in linea di continuità con una pratica politica e amministrativa da abbandonare; per il bene di tutti ( in termini freudiani quegli “io” sembrano figurare la capitolazione del “super io” a vantaggio dell’”es”) .
Quello che occorre nella congiuntura attuale è riavviare un percorso, autenticamente partecipato e democratico; certo faticoso, ma al pari potenzialmente assai fecondo, declinando la prima persona plurale del verbo essere: il “noi”.
Nessuno si faccia illusioni, se “l’Altra Grottaglie”, che al momento appare inconsistente, amorfa e indeterminata, mancherà l’appuntamento col farsi o se facendosi difetterà nell’assumere una netta forma identitaria, autenticamente democratica, in cui chiunque lo voglia si possa sentire, al pari di ogni altro o altra, parte di una Comunità includente e autenticamente paritaria, non ci potrà essere spazio per alcuno. Vinceranno sempre  i “ lor signori”: i furbi, gli incompetenti, i trasformisti – apocalittici o integrati all’occorrenza – gli amorali, gli immorali e i disonesti; quelli di ieri e di oggi; che segneranno il percorso agli altri come loro destinati a sostituirli in futuro.
In questo caso ognuno e ognuna di noi, persone di “buona volontà”, unitamente ai simpatizzanti e/o  agli attivisti del Movimento Cinque Stelle, Rinascita Civica, Sud in Movimento e  Sinistra Ecologia e Liberta, avrebbe – ancora una volta – contribuito a fare abortire quella “rivoluzione cognitiva” che serve a Grottaglie, al Mezzogiorno e all’Italia intera.
Nell’immediato l’auspicabile cambiamento potrà essere inizialmente fecondato dai Movimenti.
Quello che mi permetto umilmente di chiedere loro  è di incontrarsi e valutare se sia giusto per il bene comune avviare  un tale percorso.
Se deciderete di fecondare la nuova fase, che la maggioranza inascoltata dei grottagliesi da qualche tempo va chiedendo, convocateci.

 Se ci convocherete noi ci saremo. 

lunedì 20 luglio 2015

UNIONE POPOLARE

Rieccoci.
Con l’approssimarsi della data prevista per il rinnovo del Sindaco e del Consiglio Comunale, fioriscono, o rifioriscono, nuovi o vecchi soggetti politici; più o meno organizzati.
Siamo, oramai, abituati a queste “primavere”, come siamo – tutti e tutte –, sempre di più altrettanto rassegnati a vederle sfiorire in un brevissimo lasso di tempo; dopo la proclamazione degli eletti in Consiglio Comunale e la nomina degli Assessori da parte del Sindaco eletto. Orfani di classi dirigenti, di governo e di opposizione, con sincera “vocazione” verso il bene comune.
Viviamo nel cuore del Mezzogiorno d’Italia, parte del Paese dove, più che altrove, “…il diritto si ottiene mediando: io ti do il voto in cambio ricevo un diritto”. Qui, come in tutto il Sud, da destra a sinistra, vince sempre – ovunque si collochi -  il politico che promette diritti o, addirittura, i diritti li vende; mischiando, in dispregio delle norme morali, gli interessi professionali con quelli del “familismo amorale” e clientelare.
In questo territorio dannato, dove ogni cosa è merce: la dignità, la salute, nostra madre terra e via svendendo,  la selezione del personale politico avviene secondo un meccanismo che potremmo mutuare da una legge dell’economia – la legge di Gresham –, “ la (moneta) politica cattiva scaccia la buona”.
 Nell’arena politica grottagliese – come altrove - “…vincono, oltre che per l’assoluta incapacità (o volontà)  delle organizzazioni sociali e, soprattutto, politiche, di selezionare classi dirigenti moralmente e tecnicamente adeguate, e ciò anche per nostra precisa  responsabilità di elettori ed elettrici disinteressati o troppo interessati, persone modeste, senza visione”. Governanti cui più che governare piace comandare, a prescindere degli esiti - spesso disastrosi - che le loro azioni producono e strutturano nei contesti delle matrici culturali, economiche, politiche, ambientali, organizzative, ecc. .
L’ipocrisia, l’approssimazione, l’incompetenza, uniti alla prepotenza e all’arroganza della classe politica di governo, stanno via via uccidendo il sogno, la speranza di una “politica nuova, pulita e trasparente”.
Qui, come altrove, c’è bisogno di creare  e far crescere  una vera “primavera”, alimentata, anche sulla base dell’esperienza emersa da non tanto lontane azioni popolari, corretta da elementi degenerativi legati a vantate primogeniture e/o accentuate ambizioni personali, radicata in nuove  forme di relazione e partecipazione che consentano l’emersione, il rafforzamento e l’unione dei movimenti e di cittadini in un Soggetto politico capace  di rendere effettiva  la speranza  di cambiamento, da qualche tempo auspicata da minoritari “romantici sognatori".
Penso sia giunta l’ora per Grottaglie di preparare una nuova fase, nella mia esperienza politica posso ragionevolmente affermare, ex post, che di questi momenti ne ho vissuti due: il primo,  nella prima metà degli anni settanta Sindaco Angelo fago), il secondo, con il primo mandato di Giuseppe Vinci (1993-1997), tutti nel secolo scorso; ora è non più procrastinabile fare tre.
Per realizzare un tale ambizioso obiettivo, si propone di dare vita a un soggetto plurale, autenticamente democratico, che, sulla base di un programma fondamentale, conquisti il Comune per portare una nuova classe dirigente alla guida della Città.   
Quello che occorre, qui e ora, è realizzare un “movimento di liberazione” che, sulla base di un’effettiva pratica democratica, sia in grado di far crescere nuove e autentiche forme di relazione e partecipazione, capaci di dare speranza al cambiamento e, per questa via, dare a questo territorio una classe dirigente competente ed eticamente inattaccabile.
Per realizzare un tale obiettivo a Grottaglie, data la situazione attuale, occorrerebbe vedere d'accordo i Movimenti Civici, “Rinascita Civica” e “Sud in Movimento”, assieme  al “Movimento Cinque Stelle”, Sinistra Ecologia e Libertà e tutte le ragazze e i ragazzi e le donne e gli uomini di “buona volontà” che intendano rendersi protagonisti di un tale progetto.
Sono persuaso che il Soggetto da costruire, che mi piacerebbe momentaneamente indicare con la proposizione concettuale di “Unione Popolare”, potrebbe conquistare il Governo della Città.
Se realizzata, la situazione prospettata, oltre a dare a Grottaglie una concreta speranza di buona amministrazione per cinque anni, costringerebbe i partiti tradizionali, e le diverse “botteghe clientelari”, ora del tutto presi dalla “bulimia del potere”, a fare i conti in “casa propria” e comprendere che quelle case, per assolvere  al dettato Costituzionale, non possono e non devono essere di pochi o di uno solo, ma devono essere di tutte e tutti.

Solo con partiti effettivamente rifondati, ognuna e ognuno di noi – qui come altrove-, potrebbe decidere, in futuro, di farvi ritorno. Di loro, del loro corretto funzionamento, oramai, circa la metà del Popolo italiano sente la mancanza.  

lunedì 30 giugno 2014

Il mesto semestre

Perchè serve un registro pubblico delle imprese
L'11 marzo il Parlamento Ue ha votato l'introduzione di un registro pubblico delle imprese. Perchè l'Italia può e deve avere un ruolo centrale
La lotta contro l'evasione fiscale, l'economia sommersa, la corruzione è – almeno a parole – la priorità di qualsiasi governo si sia succeduto in Italia negli ultimi anni se non decenni, e a maggior ragione in questo periodo di estrema difficoltà per i conti pubblici. Uno dei problemi di fondo è la segretezza dietro cui riescono a nascondersi tali operazioni, il fatto che i capitali possono muoversi liberamente e la difficoltà per le autorità di un Paese di seguirne le tracce.
Di fatto gli stessi meccanismi e intermediari sono sfruttati senza soluzione di continuità dai peggiori traffici della criminalità organizzata fino all'imprenditore «vessato dal fisco». Meccanismi che sfruttano compagnie anonime, trust e società di comodo per nascondere le proprie ricchezze e spostarle verso paradisi fiscali. Per questo un passo in avanti fondamentale sarebbe la creazione di un registro pubblico delle imprese in cui risultino i reali proprietari - beneficial ownership - di ogni impresa. È una proposta avanzata da tempo da reti della società civile internazionale e finalmente parte dell'agenda politica. Lo scorso 11 marzo il Parlamento europeo ha votato a schiacciante maggioranza per l'introduzione di un registro pubblico che permetta di mostrare quali siano i reali proprietari di ogni impresa, inclusi trust, fondazioni e altri strumenti giuridici spesso utilizzati proprio per nasconderne l'identità. Alcuni Paesi, tra cui Francia e Gran Bretagna, chiedono questo registro pubblico, altri frenano e cercano di diluire il processo. L'Italia può e deve avere un ruolo centrale, per diversi motivi.
Siamo uno dei pochi Paesi ad avere già una sorta di registro, per quanto al momento incompleto e soprattutto poco efficace finché limitato all'ambito nazionale, a fronte di capitali liberi di muoversi su scala europea e internazionale. Corruzione, evasione e criminalità sono un peso che schiaccia la nostra economia. Dall'altra parte, schierandosi per il registro pubblico l'Italia potrebbe spostare gli equilibri europei; soprattutto, avendo il semestre di presidenza, può indirizzare le priorità dell'agenda e spingere per accelerare il processo. Proprio negli scorsi giorni il Consiglio ha ripreso la questione del public registry. Entro l'autunno dal confronto tra Consiglio, Commissione e Parlamento potrebbe arrivare la definizione di una proposta operativa. In questo percorso è centrale il ruolo del Presidente di turno dell'Ue, ovvero dell'Italia. Per il nostro governo è un'occasione storica. Occorre dimostrare di avere l'ambizione e il coraggio di raccogliere tale sfida e trasformare le continue dichiarazioni sull'impegno contro l'illegalità in un sostanziale, concreto passo per bloccare uno dei principali meccanismi che alimentano mafie, corruzione, evasione fiscale, riciclaggio, economia sommersa. Lo strumento tecnico è noto, il Parlamento europeo si è schierato, i cittadini europei non potrebbero essere più favorevoli. L'Italia e l'Europa non possono permettersi di perdere questa occasione.
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domenica 29 giugno 2014

Il mesto semestre

Un New Deal per l'Europa
Se avesse un po' di coraggio, il governo italiano dovrebbe rilanciare un'idea che circola da tempo: un grande piano per investimenti infrastrutturali
A marzo 2014 i disoccupati erano 25,7 milioni nella Ue a 28, e poco meno di 19 milioni nell'eurozona (stime Eurostat). Rispetto a un anno prima si registrava una lieve diminuzione, dal 12% al all'11,8 nell'eurozona, e dal 10,9 al 10,5 nella Ue a 28. A inizio 2008, i disoccupati Ue erano sotto il 7%, circa 10 milioni in meno. Elevatissimi i tassi attuali di disoccupazione degli under 25, anche in paesi che si ritengono poco colpiti dalla crisi: 23,4 in Francia, 23,5 in Svezia, 20,5 in Finlandia, con una media che sfiora il 24% nell'eurozona, pari a 3,5 milioni di giovani. Per non parlare del 42,7 dell'Italia o del 53,9 della Spagna.
A sei anni dall'inizio della crisi, che cosa fanno le istituzioni Ue per combattere la disoccupazione? Da anni la la Commissione Europea discute di una «Strategia europea per l'occupazione», nel quadro di un'altra che si chiama «Europa 2020: una strategia per la crescita». Di queste generiche strategie in tema di occupazione non si è visto quasi nulla. Ma ad aprile 2012 la Ce ha lanciato un «Pacchetto per l'occupazione» più dettagliato. Consta di una serie di documenti che gli stati membri dovrebbero fare propri al fine di sostenere la creazione di posti di lavoro, rilanciare la dinamica dei mercati del lavoro, rafforzare il coordinamento tra gli stati membri in tema di politiche dell'occupazione. Le ricette sono le solite che arrivano da Bruxelles: diminuire le tasse sul lavoro; ridurre la segmentazione del mercato del lavoro tra chi ha un'occupazione precaria e chi ha un'occupazione più stabile; sviluppare le politiche attive del lavoro; rimuovere gli ostacoli legali e pratici al libero movimento dei lavoratori, oltre che - nientemeno - incoraggiare la domanda di lavoro.
Come mai, ad onta delle suddette strategie, la disoccupazione ha continuato a imperversare nella Ue? Perché tali strategie, che la Ce ha proposto in pieno accordo con le altre istituzioni UE e la maggior parte dei governi europei, non toccano minimamente i fondamenti strutturali di essa. Insistono sui soliti motivi istituzionali: l'ordinamento giuridico del mercato del lavoro, le tasse eccessive, la riluttanza dei lavoratori ad accettare i posti di lavoro che ci sono in luogo di quelli che preferirebbero, lo scarto tra le capacità professionali di cui i lavoratori dispongono e quelle che le imprese richiedono.
Per contro il lavoro è scarso, e i disoccupati numerosi, perché la compressione dei salari e delle condizioni di lavoro in atto da vent'anni nei paesi Ue ha ridotto la domanda dei consumatori; a loro volta le imprese hanno ridotto di molto gli investimenti e l'accumulazione di capitale reale perché preferiscono distribuire lauti profitti o riacquistare azioni proprie; il forte aumento delle disuguaglianze ha sempre più spostato gli investimenti del 5 per cento dei ricchi e super-ricchi verso il settore finanziario; i maggiori paesi hanno sottratto all'economia decine di miliardi l'anno a forza di avanzi primari, nel vano tentativo di contenere il debito pubblico gravato dai salvataggi delle banche.
Dinanzi alle sedicenti strategie per l'occupazione che la Ce propugna all'unisono con la Bce, il Fmi e i governi Ue, che cosa può fare il governo italiano nel semestre in cui tocca all'Italia la presidenza Ue? A parte il fatto che il governo Renzi ha mostrato con i suoi interventi in tema di lavoro e occupazione di seguire alla lettera i precetti della Ce, è chiaro che dinanzi a tale muro non c'è molto da fare. In ogni caso, se avesse un po' di coraggio, potrebbe provare a rilanciare un'idea che da tempo circola nella Ue: un New Deal per l'Europa, ovvero un grande piano europeo per investimenti infrastrutturali. Che dovrebbe tenersi alla larga dalle grandi opere, per concentrarsi invece su infrastrutture urbane e interurbane, dalle strade ai trasporti urbani e regionali, dalle scuole agli ospedali, che quasi un decennio di insensate politiche di austerità ha gravemente corroso, e dalle quali possono derivare milioni di posti di lavoro.
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martedì 24 giugno 2014

Internazionale

Gli islamisti conquistano le frontiere con Siria e Giordania

Iraq. Kerry vola a Baghdad e annuncia un nuovo governo entro la prossima settimana. Ma la divisione tra sciiti e sunniti si allarga
Calif­fato o meno, i mili­ziani jiha­di­sti hanno var­cato la fron­tiera. La presa di città chiave al con­fine e della comu­nità ira­chena di Al Qaim, a pochi chi­lo­me­tri dal ter­ri­to­rio siriano, segna una svolta: ieri i vil­laggi siriani di Maa­lal e Eksar, pro­vin­cia di Aleppo, hanno assi­stito al pas­sag­gio dei qae­di­sti a bordo di vei­coli mili­tari Hum­vees, jeep ame­ri­cane in dota­zione all’esercito ira­cheno. Il Siil ha raz­ziato basi dell’esercito e caserme della poli­zia, rac­co­gliendo ingenti quan­tità di armamenti.
Ora sono in Siria, tra­spor­tati con poche dif­fi­coltà dal con­fine ormai con­trol­lato dai mili­ziani dopo la fuga delle truppe. Gli isla­mi­sti godono di una libertà di movi­mento quasi illi­mi­tata nelle pro­vince occu­pate – Anbar, Salah-a-din, Diyala e Ninawa – e il loro poten­ziale mili­tare e stra­te­gico si è dram­ma­ti­ca­mente moltiplicato.
Nelle stesse ore il Siil con­qui­stava defi­ni­ti­va­mente la comu­nità sciita di Tal Afar e il suo aero­porto e altre città nella pro­vin­cia sun­nita di Anbar, ad ovest: dopo Al Qaim e Rawah, è caduta anche Anah. A pre­oc­cu­pare, però, non è solo l’avanzata verso la Siria: ora a distur­bare il sonno del pre­mier Maliki c’è anche il con­fine gior­dano. Ieri i mili­ziani hanno occu­pato due vali­chi di fron­tiera, Walid e Turai­bil. Il primo, a poca distanza dalla Gior­da­nia, è pas­sag­gio verso la Siria; il secondo verso Amman. Punti fon­da­men­tali per il Siil che si garan­ti­sce ter­ri­tori di vitale impor­tanza per il pas­sag­gio di armi e mili­ziani e un col­le­ga­mento chiave con i paesi vicini. Amman si pre­mura e dispiega le truppe al confine.
Il raf­for­za­mento delle posi­zioni a occi­dente fa par­lare di una rinun­cia alla con­qui­sta di Bagh­dad, con il Siil più inte­res­sato alle ric­chezze petro­li­fere a nord e alla crea­zione di un calif­fato a cavallo tra Siria e Iraq. Ma la mar­cia sulla capi­tale, minac­ciata la scorsa set­ti­mana dai lea­der isla­mi­sti, è solo riman­data: la presa di Bagh­dad con­sen­ti­rebbe lo sman­tel­la­mento defi­ni­tivo dello Stato ira­cheno e il rag­giun­gi­mento dell’obiettivo ini­ziale. L’occupazione della città di Rutba, dome­nica, ha sta­bi­liz­zato ulte­rior­mente la posi­zione isla­mi­sta, per­ché punto di col­le­ga­mento diretto tra Bagh­dad e i due con­fini con la Siria, Walid, e con la Gior­da­nia, Turaibil.
E men­tre il calif­fato prende forma, il pre­si­dente Usa Obama ha inviato il segre­ta­rio di Stato Kerry in Medio Oriente per discu­tere con le lea­der­ship arabe delle misure da pren­dere con­tro i jiha­di­sti. Dome­nica Kerry ha fatto visita ai pre­si­denti egi­ziano e gior­dano e ieri mat­tina è volato a Bagh­dad, dove ha incon­trato lea­der sun­niti e curdi e il pre­mier Maliki, tar­get in que­sti giorni delle pres­sioni più o meno palesi dell’amministrazione Washington.
La Casa Bianca, ancora ten­ten­nante sull’opzione dei droni, punta sulla diplo­ma­zia: Kerry ha chie­sto ad un primo mini­stro non certo con­ci­lia­tore riforme poli­ti­che imme­diate per uscire dalla crisi e pro­messo «soste­gno intenso alle forze mili­tari ira­chene». Kerry ha aggiunto che la pros­sima set­ti­mana i lea­der ira­cheni si incon­tre­ranno per for­mare un governo di unità nazio­nale a cui pren­dano parte sciiti, sun­niti e curdi.
L’obiettivo è riav­vi­ci­nare al potere cen­trale quelle comu­nità – la sun­nita in pri­mis – discri­mi­nate per otto anni dal governo. Quelle comu­nità, unite alle mili­zie baa­thi­ste ancora fedeli a Sad­dam, sono oggi ter­reno di col­tura per il pro­getto del Siil: sono tanti i sun­niti, anche den­tro Bagh­dad, che vedono nell’avanzamento isla­mi­sta l’occasione per ripren­dersi il paese a sca­pito degli sciiti e per que­sto si uni­scono alle file qae­di­ste o ne sosten­gono indi­ret­ta­mente le azioni, con­vinti che, una volta tra­volto l’attuale governo, ne potranno tor­nare alla guida. Una pro­spet­tiva che rende sem­pre più lon­tana l’eventualità di una con­ci­lia­zione delle oppo­ste spinte set­ta­rie. Ogni comu­nità pare voler lavo­rare per i pro­pri interessi.
Sul piano poli­tico ciò si tra­duce nella debo­lezza della coa­li­zione “Stato della Legge” gui­data del pre­mier: i pochi seggi con­qui­stati a fine marzo (92 su 328) sono insuf­fi­cienti ad un ese­cu­tivo di mag­gio­ranza e la cac­cia all’alleato per ora non ha dato frutti, né all’interno della fram­men­tata com­pa­gine sun­nita né nello schie­ra­mento “amico” sciita, a par­tire dal blocco dell’avversario Moq­data Al Sadr.
Dopo il Medio Oriente, Kerry si pre­sen­terà a Bru­xel­les per un mee­ting con NATO e UE, per son­dare il ter­reno di un’eventuale ope­ra­zione con­giunta. Il segre­ta­rio dell’Alleanza Atlan­tica, Anders Rasmus­sen, fin dai primi giorni di offen­siva isla­mi­sta, aveva chia­rito la posi­zione della NATO: nes­sun inter­vento in Iraq. Obama, dal canto suo, teme un con­ta­gio rapido e incon­trol­la­bile dei set­ta­ri­smi regio­nali, «una minac­cia di medio e lungo ter­mine che desta­bi­lizza l’Iraq e i paesi vicini». Da qui, spie­gano da Washing­ton, la neces­sità di coin­vol­gere le lea­der­ship arabe nella bat­ta­glia con­tro il terrorismo.
Ma se Kerry viene spe­dito al Cairo e ad Amman, sarebbe forse più utile man­darlo a Riyadh o a Doha: il ruolo di Ara­bia sau­dita e Qatar nella tra­ge­dia ira­chena e, prima, in quella siriana è chiaro. A far cre­scere a dismi­sura il Siil e altri gruppi isla­mi­sti di oppo­si­zione al pre­si­dente Bashar al-Assad sono stati i soldi, le reti di comu­ni­ca­zione e gli arma­menti pio­vuti dalle casse delle petro­mo­nar­chie del Golfo.

martedì 17 giugno 2014

guerra infinita

Iraq, è in corso una catastrofe di prima grandezza per l’umanità
Gian Paolo Calchi Novati

Se tutto è comin­ciato quell’11 set­tem­bre del 2001, il bilan­cio della rea­zione di ciò che comu­ne­mente si chiama comu­nità inter­na­zio­nale è una cata­strofe di prima gran­dezza per l’umanità intera. Gli ultimi detriti della deriva sono i tre­mendi avve­ni­menti di que­sti giorni fra Mosul, Bagh­dad e il con­fine siro-iracheno.
All’origine di una crisi di que­ste pro­por­zioni ci sono ovvia­mente respon­sa­bi­lità mul­ti­ple. Ma l’egemonia implica con gli onori anche gli oneri.
Nell’ultimo discorso di stra­te­gia inter­na­zio­nale, pro­nun­ciato davanti ai cadetti dell’Accademia mili­tare di West Point il 28 mag­gio, il pre­si­dente degli Stati uniti Barack Obama ha ricor­dato il merito di aver slog­giato Al Qaeda dall’Afghanistan ma ha dovuto ammet­tere che il ter­ro­ri­smo jiha­di­sta è dila­gato in tutto il mondo dalla Siria alla Nige­ria, alla Soma­lia, allo Yemen, al Mali e altrove (in Iraq appunto). «Noi», ha detto Obama, «abbiamo biso­gno di alleati che com­bat­tano i ter­ro­ri­sti accanto a noi».
Allo scopo ha chie­sto al Con­gresso di stan­ziare 5 miliardi di dol­lari per finan­ziare un Coun­ter­ter­ro­rism Part­ner­ship Fund desti­nato ad armare e adde­strare. Non pro­prio un passo verso un futuro diverso. Il pre­si­dente ame­ri­cano è stato elu­sivo su even­tuali for­ni­ture mili­tari ai ribelli siriani ma oggi si trova addi­rit­tura davanti al bivio se dare le armi agli insorti o al regime di Assad, il vero ber­sa­glio dell’Isil (lo Stato isla­mico dell’Iraq e del Levante o della Siria), che ha tro­vato in Siria risorse eco­no­mi­che, armi, com­bat­tenti e una base operativa.
L’obiettivo dichia­rato dell’offensiva mili­tare con­tro Sad­dam decisa a freddo nel 2003 da Bush e Blair (fra i tanti aspetti tra­gi­co­mici della con­giun­tura euro­pea man­cava solo l’idea di ele­vare l’ex–pre­mier bri­tan­nico a capo della Com­mis­sione di Bru­xel­les) era di ridi­men­sio­nare il peso dell’Iraq nel Grande Medio Oriente. Un passo neces­sa­rio per il suc­cesso del pro­getto di acqui­sire l’area all’influenza ame­ri­cana attra­verso la famosa espor­ta­zione della demo­cra­zia. Con la guerra in Iraq ven­nero distrutti in un colpo solo il regime, il par­tito domi­nante, l’esercito, lo stato e la società.

L’unico fat­tore che si è dimo­strato più forte della grande armata di coa­li­zione è la posi­zione «cen­trale» nella regione dell’Iraq, che è anche al quarto posto nel mondo per riserve di petro­lio.
Ora Obama prende di mira con durezza le cat­tive pra­ti­che del capo del governo ira­cheno per dare un senso al com­pito che lui, già oppo­si­tore della guerra dagli scranni del Senato, si è assunto una volta inse­diato alla Casa Bianca, pro­po­nen­dosi di cele­brare il ritiro delle truppe dall’Iraq almeno con un mezzo suc­cesso per l’America dopo tanti sacri­fici e tante igno­mi­nie. Il vitu­pe­rato Nouri al-Maliki si è tro­vato in effetti a gestire una situa­zione fuori por­tata per i mezzi di un Iraq in piena tor­menta: troppo facile giu­sti­fi­care tutto con le sue ten­ta­zioni auto­ri­ta­rie e le discri­mi­na­zioni nei con­fronti di tutti i rivali.
La con­tesa set­ta­ria è una costante in Iraq. Il regime di Sad­dam ne era parte inte­grante e Maliki ha solo rove­sciato i rap­porti di forza. Frutto della con­trap­po­si­zione fra fedi e cul­ture diverse, il set­ta­ri­smo è sfrut­tato ampia­mente a fini pro­pri sia dalle éli­tes locali che dalle forze esterne. Dopo lo sman­tel­la­mento dell’apparato messo in piedi dalla com­po­nente sun­nita rac­colta nel Baath, sono sal­tate le difese e le mediazioni.
La mag­gio­ranza sciita, tra­di­zio­nal­mente emar­gi­nata o per­se­gui­tata, ha visto davanti a sé l’occasione da non per­dere. Non era dif­fi­cile capire che ciò avrebbe costi­tuito un’occasione anche per l’Iran, nemico di Sad­dam e dal 1979 arci­ne­mico degli Stati Uniti. Si basa su que­sto pas­sag­gio – com­pli­cità occulta fra Washing­ton e Tehe­ran o ete­ro­ge­nesi dei fini – la let­tura «com­plot­ti­sta» della sto­ria del Medio Oriente di que­sti ultimi anni, fatta di alcuni buoni argo­menti e molte forzature.
È pro­ba­bile che il disfa­ci­mento in can­toni comu­ni­tari dell’Iraq, e della stessa Siria, fosse una varia­bile guar­data con favore da molti degli attori den­tro il Big Game. Nes­suno avrebbe imma­gi­nato però lo spet­tro del Nuovo Calif­fato che l’Isis vor­rebbe costruire a cavallo di Iraq e Siria, unendo ideal­mente con­tro l’eterodossia sciita i due stati ter­ri­to­riali che hanno ospi­tato le capi­tali dei due calif­fati storici.
La fram­men­ta­zione stri­sciante dell’Iraq è in corso dallo scon­quasso del 2003. Una «linea verde» corre per­sino den­tro Bagh­dad. Il governo sciita ha dovuto gio­strarsi fra l’appoggio cer­cato o impo­sto, e comun­que ine­vi­ta­bile, dell’Iran, senza essere com­ple­ta­mente assi­mi­lato dal regime e dal modello degli aya­tol­lah e la neces­sità di farsi coprire per un verso dall’Arabia Sau­dita e per un altro dalla Tur­chia, l’una e l’altra a mag­gio­ranza sun­nita. Il solo rime­dio sarebbe una forma di neu­tra­lità mul­ti­fun­zio­nale, ma essa è quasi impos­si­bile dopo lo scop­pio della guerra in Siria che impe­gna un po’ tutti. Riad ha inviato il suo primo amba­scia­tore (viag­giante) a Baghad dopo anni di vacanza solo nel 2012. Ankara è il pro­tet­tore non dichia­rato della semi-autonomia di cui gode il Cur­di­stan ira­cheno, oggetto di cure e di freni per non ecci­tare il sepa­ra­ti­smo dei curdi della Turchia.
La grande poli­tica può ben dire di aver sem­pli­fi­cato i suoi oriz­zonti e i suoi stru­menti. È dif­fi­cile tut­ta­via scam­biare la mono­tona alter­na­tiva fra impo­tenza e guerra a seconda dell’utilità rela­tiva dei Grandi per un pro­gresso. Se l’unico metro di giu­di­zio è rap­pre­sen­tato dai «nostri inte­ressi» (our inte­rests), i diritti e le sof­fe­renze delle nazioni, dei popoli e delle per­sone restano alla mercé dei vio­lenti senza dif­fe­renza fra Bene e Male.