domenica 5 giugno 2016

ACCENDIAMO LA SPERANZA

Cara elettrice, Caro elettore, oggi tocca a te decidere. Oggi hai la possibilità di essere protagonista nell'avvio di una nuova stagione. Di accendere la speranza. Lo farai, solo se avrai la forza di non lasciarti confondere dalle false promesse dei voltagabbana, dei tanti che cercano di "vendere" o di "comprare". Lorsignori , tutte e tutti lo abbiamo a lungo sperimentato,  sono cattivi "agenti di commercio" di una concezione del potere costruita per fecondare interessi personali o di gruppi.
Cara elettrice, Caro elettore, oggi, se lo vorrai, riprendendoti la parola, darai voce all'altra Grottaglie, esprimendo il tuo voto in favore del candidato Sindaco Ciro D'Alò.

mercoledì 13 aprile 2016


DICIAMOGLIELO...

     Signor Presidente del Consiglio, noi il 17 aprile votiamo; perché votando riprendiamo nelle nostre mani l'unico vero potere  che ci resta.
     Signor Presidente, noi domenica metteremo una bella croce sul SI, perché il tempo del cambiamento è già passato.
      Lei, il Suo Partito e il Suo Governo sulla pratica democratica, sulle questioni energetiche ed ambientali - dalle Alpi alla Sicilia - siete, nella migliore delle ipotesi, in forte ritardo.

venerdì 28 agosto 2015

L’ALTRA GROTTAGLIE

In “Unione Popolare” ho auspicato la gestazione di un cartello composto di movimenti politici, sociali e individui - ragazze e ragazzi, donne e uomini - che, uniti da ragioni comuni, da definiti ambiti programmatici e, soprattutto - su tali basi - da sinceri vincoli di solidarietà, si candidino a governare Grottaglie oltre la  prossima primavera.
L’ho fatto perché sono convinto che la classe politica che ha governato, e governa, la nostra città si sia resa responsabile del grave processo di depauperamento economico, politico, sociale, morale, culturale e  ambientale del nostro territorio.
L’ho fatto, anche, perché, come tanti altri ed altre, sento forte e urgente il bisogno di procedere nello “svellimento” e nella “bonifica” di un terreno di coltura fortemente inquinato, al fine di consentire a nuove e giovani “sementi”, da seminare e far germogliare, di fruttificare “l’Altra Grottaglie”.
Da oltre un ventennio in Italia, in ogni dove, domina una “nuova” religione: quella  dell’io. Le comunità organizzate, dalla più piccola alla più grande, sono diventate espressione del volere dei singoli che, per motivi diversi, riescono a collocarsi ai loro vertici.
Su questa scia, anche a Grottaglie, già sentiamo rumoreggiare l’eco, ridondante, di tanti “io”, vecchi e nuovi,  che, più che della necessità di ri-fondare la politica e l’agire amministrativo, sembrano – ancora una volta – essere vinti dagli “spiriti animali” (un esempio indicativo è rappresentato da chi nel campo del centro sinistra oggi chiede le primarie dopo che in passato ha strenuamente lottato - tra l’altro centrando l’obiettivo - per evitarle).
La buona Politica, la buona Amministrazione che serve a Grottaglie, come altrove, ha bisogno di incardinarsi su termini e comportamenti antitetici rispetto alle manifestazioni d’interesse ispirate dall’ego. Quelle  manifestazioni, per come agite e formulate, si rappresentano in linea di continuità con una pratica politica e amministrativa da abbandonare; per il bene di tutti ( in termini freudiani quegli “io” sembrano figurare la capitolazione del “super io” a vantaggio dell’”es”) .
Quello che occorre nella congiuntura attuale è riavviare un percorso, autenticamente partecipato e democratico; certo faticoso, ma al pari potenzialmente assai fecondo, declinando la prima persona plurale del verbo essere: il “noi”.
Nessuno si faccia illusioni, se “l’Altra Grottaglie”, che al momento appare inconsistente, amorfa e indeterminata, mancherà l’appuntamento col farsi o se facendosi difetterà nell’assumere una netta forma identitaria, autenticamente democratica, in cui chiunque lo voglia si possa sentire, al pari di ogni altro o altra, parte di una Comunità includente e autenticamente paritaria, non ci potrà essere spazio per alcuno. Vinceranno sempre  i “ lor signori”: i furbi, gli incompetenti, i trasformisti – apocalittici o integrati all’occorrenza – gli amorali, gli immorali e i disonesti; quelli di ieri e di oggi; che segneranno il percorso agli altri come loro destinati a sostituirli in futuro.
In questo caso ognuno e ognuna di noi, persone di “buona volontà”, unitamente ai simpatizzanti e/o  agli attivisti del Movimento Cinque Stelle, Rinascita Civica, Sud in Movimento e  Sinistra Ecologia e Liberta, avrebbe – ancora una volta – contribuito a fare abortire quella “rivoluzione cognitiva” che serve a Grottaglie, al Mezzogiorno e all’Italia intera.
Nell’immediato l’auspicabile cambiamento potrà essere inizialmente fecondato dai Movimenti.
Quello che mi permetto umilmente di chiedere loro  è di incontrarsi e valutare se sia giusto per il bene comune avviare  un tale percorso.
Se deciderete di fecondare la nuova fase, che la maggioranza inascoltata dei grottagliesi da qualche tempo va chiedendo, convocateci.

 Se ci convocherete noi ci saremo. 

lunedì 20 luglio 2015

UNIONE POPOLARE

Rieccoci.
Con l’approssimarsi della data prevista per il rinnovo del Sindaco e del Consiglio Comunale, fioriscono, o rifioriscono, nuovi o vecchi soggetti politici; più o meno organizzati.
Siamo, oramai, abituati a queste “primavere”, come siamo – tutti e tutte –, sempre di più altrettanto rassegnati a vederle sfiorire in un brevissimo lasso di tempo; dopo la proclamazione degli eletti in Consiglio Comunale e la nomina degli Assessori da parte del Sindaco eletto. Orfani di classi dirigenti, di governo e di opposizione, con sincera “vocazione” verso il bene comune.
Viviamo nel cuore del Mezzogiorno d’Italia, parte del Paese dove, più che altrove, “…il diritto si ottiene mediando: io ti do il voto in cambio ricevo un diritto”. Qui, come in tutto il Sud, da destra a sinistra, vince sempre – ovunque si collochi -  il politico che promette diritti o, addirittura, i diritti li vende; mischiando, in dispregio delle norme morali, gli interessi professionali con quelli del “familismo amorale” e clientelare.
In questo territorio dannato, dove ogni cosa è merce: la dignità, la salute, nostra madre terra e via svendendo,  la selezione del personale politico avviene secondo un meccanismo che potremmo mutuare da una legge dell’economia – la legge di Gresham –, “ la (moneta) politica cattiva scaccia la buona”.
 Nell’arena politica grottagliese – come altrove - “…vincono, oltre che per l’assoluta incapacità (o volontà)  delle organizzazioni sociali e, soprattutto, politiche, di selezionare classi dirigenti moralmente e tecnicamente adeguate, e ciò anche per nostra precisa  responsabilità di elettori ed elettrici disinteressati o troppo interessati, persone modeste, senza visione”. Governanti cui più che governare piace comandare, a prescindere degli esiti - spesso disastrosi - che le loro azioni producono e strutturano nei contesti delle matrici culturali, economiche, politiche, ambientali, organizzative, ecc. .
L’ipocrisia, l’approssimazione, l’incompetenza, uniti alla prepotenza e all’arroganza della classe politica di governo, stanno via via uccidendo il sogno, la speranza di una “politica nuova, pulita e trasparente”.
Qui, come altrove, c’è bisogno di creare  e far crescere  una vera “primavera”, alimentata, anche sulla base dell’esperienza emersa da non tanto lontane azioni popolari, corretta da elementi degenerativi legati a vantate primogeniture e/o accentuate ambizioni personali, radicata in nuove  forme di relazione e partecipazione che consentano l’emersione, il rafforzamento e l’unione dei movimenti e di cittadini in un Soggetto politico capace  di rendere effettiva  la speranza  di cambiamento, da qualche tempo auspicata da minoritari “romantici sognatori".
Penso sia giunta l’ora per Grottaglie di preparare una nuova fase, nella mia esperienza politica posso ragionevolmente affermare, ex post, che di questi momenti ne ho vissuti due: il primo,  nella prima metà degli anni settanta Sindaco Angelo fago), il secondo, con il primo mandato di Giuseppe Vinci (1993-1997), tutti nel secolo scorso; ora è non più procrastinabile fare tre.
Per realizzare un tale ambizioso obiettivo, si propone di dare vita a un soggetto plurale, autenticamente democratico, che, sulla base di un programma fondamentale, conquisti il Comune per portare una nuova classe dirigente alla guida della Città.   
Quello che occorre, qui e ora, è realizzare un “movimento di liberazione” che, sulla base di un’effettiva pratica democratica, sia in grado di far crescere nuove e autentiche forme di relazione e partecipazione, capaci di dare speranza al cambiamento e, per questa via, dare a questo territorio una classe dirigente competente ed eticamente inattaccabile.
Per realizzare un tale obiettivo a Grottaglie, data la situazione attuale, occorrerebbe vedere d'accordo i Movimenti Civici, “Rinascita Civica” e “Sud in Movimento”, assieme  al “Movimento Cinque Stelle”, Sinistra Ecologia e Libertà e tutte le ragazze e i ragazzi e le donne e gli uomini di “buona volontà” che intendano rendersi protagonisti di un tale progetto.
Sono persuaso che il Soggetto da costruire, che mi piacerebbe momentaneamente indicare con la proposizione concettuale di “Unione Popolare”, potrebbe conquistare il Governo della Città.
Se realizzata, la situazione prospettata, oltre a dare a Grottaglie una concreta speranza di buona amministrazione per cinque anni, costringerebbe i partiti tradizionali, e le diverse “botteghe clientelari”, ora del tutto presi dalla “bulimia del potere”, a fare i conti in “casa propria” e comprendere che quelle case, per assolvere  al dettato Costituzionale, non possono e non devono essere di pochi o di uno solo, ma devono essere di tutte e tutti.

Solo con partiti effettivamente rifondati, ognuna e ognuno di noi – qui come altrove-, potrebbe decidere, in futuro, di farvi ritorno. Di loro, del loro corretto funzionamento, oramai, circa la metà del Popolo italiano sente la mancanza.  

lunedì 30 giugno 2014

Il mesto semestre

Perchè serve un registro pubblico delle imprese
L'11 marzo il Parlamento Ue ha votato l'introduzione di un registro pubblico delle imprese. Perchè l'Italia può e deve avere un ruolo centrale
La lotta contro l'evasione fiscale, l'economia sommersa, la corruzione è – almeno a parole – la priorità di qualsiasi governo si sia succeduto in Italia negli ultimi anni se non decenni, e a maggior ragione in questo periodo di estrema difficoltà per i conti pubblici. Uno dei problemi di fondo è la segretezza dietro cui riescono a nascondersi tali operazioni, il fatto che i capitali possono muoversi liberamente e la difficoltà per le autorità di un Paese di seguirne le tracce.
Di fatto gli stessi meccanismi e intermediari sono sfruttati senza soluzione di continuità dai peggiori traffici della criminalità organizzata fino all'imprenditore «vessato dal fisco». Meccanismi che sfruttano compagnie anonime, trust e società di comodo per nascondere le proprie ricchezze e spostarle verso paradisi fiscali. Per questo un passo in avanti fondamentale sarebbe la creazione di un registro pubblico delle imprese in cui risultino i reali proprietari - beneficial ownership - di ogni impresa. È una proposta avanzata da tempo da reti della società civile internazionale e finalmente parte dell'agenda politica. Lo scorso 11 marzo il Parlamento europeo ha votato a schiacciante maggioranza per l'introduzione di un registro pubblico che permetta di mostrare quali siano i reali proprietari di ogni impresa, inclusi trust, fondazioni e altri strumenti giuridici spesso utilizzati proprio per nasconderne l'identità. Alcuni Paesi, tra cui Francia e Gran Bretagna, chiedono questo registro pubblico, altri frenano e cercano di diluire il processo. L'Italia può e deve avere un ruolo centrale, per diversi motivi.
Siamo uno dei pochi Paesi ad avere già una sorta di registro, per quanto al momento incompleto e soprattutto poco efficace finché limitato all'ambito nazionale, a fronte di capitali liberi di muoversi su scala europea e internazionale. Corruzione, evasione e criminalità sono un peso che schiaccia la nostra economia. Dall'altra parte, schierandosi per il registro pubblico l'Italia potrebbe spostare gli equilibri europei; soprattutto, avendo il semestre di presidenza, può indirizzare le priorità dell'agenda e spingere per accelerare il processo. Proprio negli scorsi giorni il Consiglio ha ripreso la questione del public registry. Entro l'autunno dal confronto tra Consiglio, Commissione e Parlamento potrebbe arrivare la definizione di una proposta operativa. In questo percorso è centrale il ruolo del Presidente di turno dell'Ue, ovvero dell'Italia. Per il nostro governo è un'occasione storica. Occorre dimostrare di avere l'ambizione e il coraggio di raccogliere tale sfida e trasformare le continue dichiarazioni sull'impegno contro l'illegalità in un sostanziale, concreto passo per bloccare uno dei principali meccanismi che alimentano mafie, corruzione, evasione fiscale, riciclaggio, economia sommersa. Lo strumento tecnico è noto, il Parlamento europeo si è schierato, i cittadini europei non potrebbero essere più favorevoli. L'Italia e l'Europa non possono permettersi di perdere questa occasione.
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domenica 29 giugno 2014

Il mesto semestre

Un New Deal per l'Europa
Se avesse un po' di coraggio, il governo italiano dovrebbe rilanciare un'idea che circola da tempo: un grande piano per investimenti infrastrutturali
A marzo 2014 i disoccupati erano 25,7 milioni nella Ue a 28, e poco meno di 19 milioni nell'eurozona (stime Eurostat). Rispetto a un anno prima si registrava una lieve diminuzione, dal 12% al all'11,8 nell'eurozona, e dal 10,9 al 10,5 nella Ue a 28. A inizio 2008, i disoccupati Ue erano sotto il 7%, circa 10 milioni in meno. Elevatissimi i tassi attuali di disoccupazione degli under 25, anche in paesi che si ritengono poco colpiti dalla crisi: 23,4 in Francia, 23,5 in Svezia, 20,5 in Finlandia, con una media che sfiora il 24% nell'eurozona, pari a 3,5 milioni di giovani. Per non parlare del 42,7 dell'Italia o del 53,9 della Spagna.
A sei anni dall'inizio della crisi, che cosa fanno le istituzioni Ue per combattere la disoccupazione? Da anni la la Commissione Europea discute di una «Strategia europea per l'occupazione», nel quadro di un'altra che si chiama «Europa 2020: una strategia per la crescita». Di queste generiche strategie in tema di occupazione non si è visto quasi nulla. Ma ad aprile 2012 la Ce ha lanciato un «Pacchetto per l'occupazione» più dettagliato. Consta di una serie di documenti che gli stati membri dovrebbero fare propri al fine di sostenere la creazione di posti di lavoro, rilanciare la dinamica dei mercati del lavoro, rafforzare il coordinamento tra gli stati membri in tema di politiche dell'occupazione. Le ricette sono le solite che arrivano da Bruxelles: diminuire le tasse sul lavoro; ridurre la segmentazione del mercato del lavoro tra chi ha un'occupazione precaria e chi ha un'occupazione più stabile; sviluppare le politiche attive del lavoro; rimuovere gli ostacoli legali e pratici al libero movimento dei lavoratori, oltre che - nientemeno - incoraggiare la domanda di lavoro.
Come mai, ad onta delle suddette strategie, la disoccupazione ha continuato a imperversare nella Ue? Perché tali strategie, che la Ce ha proposto in pieno accordo con le altre istituzioni UE e la maggior parte dei governi europei, non toccano minimamente i fondamenti strutturali di essa. Insistono sui soliti motivi istituzionali: l'ordinamento giuridico del mercato del lavoro, le tasse eccessive, la riluttanza dei lavoratori ad accettare i posti di lavoro che ci sono in luogo di quelli che preferirebbero, lo scarto tra le capacità professionali di cui i lavoratori dispongono e quelle che le imprese richiedono.
Per contro il lavoro è scarso, e i disoccupati numerosi, perché la compressione dei salari e delle condizioni di lavoro in atto da vent'anni nei paesi Ue ha ridotto la domanda dei consumatori; a loro volta le imprese hanno ridotto di molto gli investimenti e l'accumulazione di capitale reale perché preferiscono distribuire lauti profitti o riacquistare azioni proprie; il forte aumento delle disuguaglianze ha sempre più spostato gli investimenti del 5 per cento dei ricchi e super-ricchi verso il settore finanziario; i maggiori paesi hanno sottratto all'economia decine di miliardi l'anno a forza di avanzi primari, nel vano tentativo di contenere il debito pubblico gravato dai salvataggi delle banche.
Dinanzi alle sedicenti strategie per l'occupazione che la Ce propugna all'unisono con la Bce, il Fmi e i governi Ue, che cosa può fare il governo italiano nel semestre in cui tocca all'Italia la presidenza Ue? A parte il fatto che il governo Renzi ha mostrato con i suoi interventi in tema di lavoro e occupazione di seguire alla lettera i precetti della Ce, è chiaro che dinanzi a tale muro non c'è molto da fare. In ogni caso, se avesse un po' di coraggio, potrebbe provare a rilanciare un'idea che da tempo circola nella Ue: un New Deal per l'Europa, ovvero un grande piano europeo per investimenti infrastrutturali. Che dovrebbe tenersi alla larga dalle grandi opere, per concentrarsi invece su infrastrutture urbane e interurbane, dalle strade ai trasporti urbani e regionali, dalle scuole agli ospedali, che quasi un decennio di insensate politiche di austerità ha gravemente corroso, e dalle quali possono derivare milioni di posti di lavoro.
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martedì 24 giugno 2014

Internazionale

Gli islamisti conquistano le frontiere con Siria e Giordania

Iraq. Kerry vola a Baghdad e annuncia un nuovo governo entro la prossima settimana. Ma la divisione tra sciiti e sunniti si allarga
Calif­fato o meno, i mili­ziani jiha­di­sti hanno var­cato la fron­tiera. La presa di città chiave al con­fine e della comu­nità ira­chena di Al Qaim, a pochi chi­lo­me­tri dal ter­ri­to­rio siriano, segna una svolta: ieri i vil­laggi siriani di Maa­lal e Eksar, pro­vin­cia di Aleppo, hanno assi­stito al pas­sag­gio dei qae­di­sti a bordo di vei­coli mili­tari Hum­vees, jeep ame­ri­cane in dota­zione all’esercito ira­cheno. Il Siil ha raz­ziato basi dell’esercito e caserme della poli­zia, rac­co­gliendo ingenti quan­tità di armamenti.
Ora sono in Siria, tra­spor­tati con poche dif­fi­coltà dal con­fine ormai con­trol­lato dai mili­ziani dopo la fuga delle truppe. Gli isla­mi­sti godono di una libertà di movi­mento quasi illi­mi­tata nelle pro­vince occu­pate – Anbar, Salah-a-din, Diyala e Ninawa – e il loro poten­ziale mili­tare e stra­te­gico si è dram­ma­ti­ca­mente moltiplicato.
Nelle stesse ore il Siil con­qui­stava defi­ni­ti­va­mente la comu­nità sciita di Tal Afar e il suo aero­porto e altre città nella pro­vin­cia sun­nita di Anbar, ad ovest: dopo Al Qaim e Rawah, è caduta anche Anah. A pre­oc­cu­pare, però, non è solo l’avanzata verso la Siria: ora a distur­bare il sonno del pre­mier Maliki c’è anche il con­fine gior­dano. Ieri i mili­ziani hanno occu­pato due vali­chi di fron­tiera, Walid e Turai­bil. Il primo, a poca distanza dalla Gior­da­nia, è pas­sag­gio verso la Siria; il secondo verso Amman. Punti fon­da­men­tali per il Siil che si garan­ti­sce ter­ri­tori di vitale impor­tanza per il pas­sag­gio di armi e mili­ziani e un col­le­ga­mento chiave con i paesi vicini. Amman si pre­mura e dispiega le truppe al confine.
Il raf­for­za­mento delle posi­zioni a occi­dente fa par­lare di una rinun­cia alla con­qui­sta di Bagh­dad, con il Siil più inte­res­sato alle ric­chezze petro­li­fere a nord e alla crea­zione di un calif­fato a cavallo tra Siria e Iraq. Ma la mar­cia sulla capi­tale, minac­ciata la scorsa set­ti­mana dai lea­der isla­mi­sti, è solo riman­data: la presa di Bagh­dad con­sen­ti­rebbe lo sman­tel­la­mento defi­ni­tivo dello Stato ira­cheno e il rag­giun­gi­mento dell’obiettivo ini­ziale. L’occupazione della città di Rutba, dome­nica, ha sta­bi­liz­zato ulte­rior­mente la posi­zione isla­mi­sta, per­ché punto di col­le­ga­mento diretto tra Bagh­dad e i due con­fini con la Siria, Walid, e con la Gior­da­nia, Turaibil.
E men­tre il calif­fato prende forma, il pre­si­dente Usa Obama ha inviato il segre­ta­rio di Stato Kerry in Medio Oriente per discu­tere con le lea­der­ship arabe delle misure da pren­dere con­tro i jiha­di­sti. Dome­nica Kerry ha fatto visita ai pre­si­denti egi­ziano e gior­dano e ieri mat­tina è volato a Bagh­dad, dove ha incon­trato lea­der sun­niti e curdi e il pre­mier Maliki, tar­get in que­sti giorni delle pres­sioni più o meno palesi dell’amministrazione Washington.
La Casa Bianca, ancora ten­ten­nante sull’opzione dei droni, punta sulla diplo­ma­zia: Kerry ha chie­sto ad un primo mini­stro non certo con­ci­lia­tore riforme poli­ti­che imme­diate per uscire dalla crisi e pro­messo «soste­gno intenso alle forze mili­tari ira­chene». Kerry ha aggiunto che la pros­sima set­ti­mana i lea­der ira­cheni si incon­tre­ranno per for­mare un governo di unità nazio­nale a cui pren­dano parte sciiti, sun­niti e curdi.
L’obiettivo è riav­vi­ci­nare al potere cen­trale quelle comu­nità – la sun­nita in pri­mis – discri­mi­nate per otto anni dal governo. Quelle comu­nità, unite alle mili­zie baa­thi­ste ancora fedeli a Sad­dam, sono oggi ter­reno di col­tura per il pro­getto del Siil: sono tanti i sun­niti, anche den­tro Bagh­dad, che vedono nell’avanzamento isla­mi­sta l’occasione per ripren­dersi il paese a sca­pito degli sciiti e per que­sto si uni­scono alle file qae­di­ste o ne sosten­gono indi­ret­ta­mente le azioni, con­vinti che, una volta tra­volto l’attuale governo, ne potranno tor­nare alla guida. Una pro­spet­tiva che rende sem­pre più lon­tana l’eventualità di una con­ci­lia­zione delle oppo­ste spinte set­ta­rie. Ogni comu­nità pare voler lavo­rare per i pro­pri interessi.
Sul piano poli­tico ciò si tra­duce nella debo­lezza della coa­li­zione “Stato della Legge” gui­data del pre­mier: i pochi seggi con­qui­stati a fine marzo (92 su 328) sono insuf­fi­cienti ad un ese­cu­tivo di mag­gio­ranza e la cac­cia all’alleato per ora non ha dato frutti, né all’interno della fram­men­tata com­pa­gine sun­nita né nello schie­ra­mento “amico” sciita, a par­tire dal blocco dell’avversario Moq­data Al Sadr.
Dopo il Medio Oriente, Kerry si pre­sen­terà a Bru­xel­les per un mee­ting con NATO e UE, per son­dare il ter­reno di un’eventuale ope­ra­zione con­giunta. Il segre­ta­rio dell’Alleanza Atlan­tica, Anders Rasmus­sen, fin dai primi giorni di offen­siva isla­mi­sta, aveva chia­rito la posi­zione della NATO: nes­sun inter­vento in Iraq. Obama, dal canto suo, teme un con­ta­gio rapido e incon­trol­la­bile dei set­ta­ri­smi regio­nali, «una minac­cia di medio e lungo ter­mine che desta­bi­lizza l’Iraq e i paesi vicini». Da qui, spie­gano da Washing­ton, la neces­sità di coin­vol­gere le lea­der­ship arabe nella bat­ta­glia con­tro il terrorismo.
Ma se Kerry viene spe­dito al Cairo e ad Amman, sarebbe forse più utile man­darlo a Riyadh o a Doha: il ruolo di Ara­bia sau­dita e Qatar nella tra­ge­dia ira­chena e, prima, in quella siriana è chiaro. A far cre­scere a dismi­sura il Siil e altri gruppi isla­mi­sti di oppo­si­zione al pre­si­dente Bashar al-Assad sono stati i soldi, le reti di comu­ni­ca­zione e gli arma­menti pio­vuti dalle casse delle petro­mo­nar­chie del Golfo.

martedì 17 giugno 2014

guerra infinita

Iraq, è in corso una catastrofe di prima grandezza per l’umanità
Gian Paolo Calchi Novati

Se tutto è comin­ciato quell’11 set­tem­bre del 2001, il bilan­cio della rea­zione di ciò che comu­ne­mente si chiama comu­nità inter­na­zio­nale è una cata­strofe di prima gran­dezza per l’umanità intera. Gli ultimi detriti della deriva sono i tre­mendi avve­ni­menti di que­sti giorni fra Mosul, Bagh­dad e il con­fine siro-iracheno.
All’origine di una crisi di que­ste pro­por­zioni ci sono ovvia­mente respon­sa­bi­lità mul­ti­ple. Ma l’egemonia implica con gli onori anche gli oneri.
Nell’ultimo discorso di stra­te­gia inter­na­zio­nale, pro­nun­ciato davanti ai cadetti dell’Accademia mili­tare di West Point il 28 mag­gio, il pre­si­dente degli Stati uniti Barack Obama ha ricor­dato il merito di aver slog­giato Al Qaeda dall’Afghanistan ma ha dovuto ammet­tere che il ter­ro­ri­smo jiha­di­sta è dila­gato in tutto il mondo dalla Siria alla Nige­ria, alla Soma­lia, allo Yemen, al Mali e altrove (in Iraq appunto). «Noi», ha detto Obama, «abbiamo biso­gno di alleati che com­bat­tano i ter­ro­ri­sti accanto a noi».
Allo scopo ha chie­sto al Con­gresso di stan­ziare 5 miliardi di dol­lari per finan­ziare un Coun­ter­ter­ro­rism Part­ner­ship Fund desti­nato ad armare e adde­strare. Non pro­prio un passo verso un futuro diverso. Il pre­si­dente ame­ri­cano è stato elu­sivo su even­tuali for­ni­ture mili­tari ai ribelli siriani ma oggi si trova addi­rit­tura davanti al bivio se dare le armi agli insorti o al regime di Assad, il vero ber­sa­glio dell’Isil (lo Stato isla­mico dell’Iraq e del Levante o della Siria), che ha tro­vato in Siria risorse eco­no­mi­che, armi, com­bat­tenti e una base operativa.
L’obiettivo dichia­rato dell’offensiva mili­tare con­tro Sad­dam decisa a freddo nel 2003 da Bush e Blair (fra i tanti aspetti tra­gi­co­mici della con­giun­tura euro­pea man­cava solo l’idea di ele­vare l’ex–pre­mier bri­tan­nico a capo della Com­mis­sione di Bru­xel­les) era di ridi­men­sio­nare il peso dell’Iraq nel Grande Medio Oriente. Un passo neces­sa­rio per il suc­cesso del pro­getto di acqui­sire l’area all’influenza ame­ri­cana attra­verso la famosa espor­ta­zione della demo­cra­zia. Con la guerra in Iraq ven­nero distrutti in un colpo solo il regime, il par­tito domi­nante, l’esercito, lo stato e la società.

L’unico fat­tore che si è dimo­strato più forte della grande armata di coa­li­zione è la posi­zione «cen­trale» nella regione dell’Iraq, che è anche al quarto posto nel mondo per riserve di petro­lio.
Ora Obama prende di mira con durezza le cat­tive pra­ti­che del capo del governo ira­cheno per dare un senso al com­pito che lui, già oppo­si­tore della guerra dagli scranni del Senato, si è assunto una volta inse­diato alla Casa Bianca, pro­po­nen­dosi di cele­brare il ritiro delle truppe dall’Iraq almeno con un mezzo suc­cesso per l’America dopo tanti sacri­fici e tante igno­mi­nie. Il vitu­pe­rato Nouri al-Maliki si è tro­vato in effetti a gestire una situa­zione fuori por­tata per i mezzi di un Iraq in piena tor­menta: troppo facile giu­sti­fi­care tutto con le sue ten­ta­zioni auto­ri­ta­rie e le discri­mi­na­zioni nei con­fronti di tutti i rivali.
La con­tesa set­ta­ria è una costante in Iraq. Il regime di Sad­dam ne era parte inte­grante e Maliki ha solo rove­sciato i rap­porti di forza. Frutto della con­trap­po­si­zione fra fedi e cul­ture diverse, il set­ta­ri­smo è sfrut­tato ampia­mente a fini pro­pri sia dalle éli­tes locali che dalle forze esterne. Dopo lo sman­tel­la­mento dell’apparato messo in piedi dalla com­po­nente sun­nita rac­colta nel Baath, sono sal­tate le difese e le mediazioni.
La mag­gio­ranza sciita, tra­di­zio­nal­mente emar­gi­nata o per­se­gui­tata, ha visto davanti a sé l’occasione da non per­dere. Non era dif­fi­cile capire che ciò avrebbe costi­tuito un’occasione anche per l’Iran, nemico di Sad­dam e dal 1979 arci­ne­mico degli Stati Uniti. Si basa su que­sto pas­sag­gio – com­pli­cità occulta fra Washing­ton e Tehe­ran o ete­ro­ge­nesi dei fini – la let­tura «com­plot­ti­sta» della sto­ria del Medio Oriente di que­sti ultimi anni, fatta di alcuni buoni argo­menti e molte forzature.
È pro­ba­bile che il disfa­ci­mento in can­toni comu­ni­tari dell’Iraq, e della stessa Siria, fosse una varia­bile guar­data con favore da molti degli attori den­tro il Big Game. Nes­suno avrebbe imma­gi­nato però lo spet­tro del Nuovo Calif­fato che l’Isis vor­rebbe costruire a cavallo di Iraq e Siria, unendo ideal­mente con­tro l’eterodossia sciita i due stati ter­ri­to­riali che hanno ospi­tato le capi­tali dei due calif­fati storici.
La fram­men­ta­zione stri­sciante dell’Iraq è in corso dallo scon­quasso del 2003. Una «linea verde» corre per­sino den­tro Bagh­dad. Il governo sciita ha dovuto gio­strarsi fra l’appoggio cer­cato o impo­sto, e comun­que ine­vi­ta­bile, dell’Iran, senza essere com­ple­ta­mente assi­mi­lato dal regime e dal modello degli aya­tol­lah e la neces­sità di farsi coprire per un verso dall’Arabia Sau­dita e per un altro dalla Tur­chia, l’una e l’altra a mag­gio­ranza sun­nita. Il solo rime­dio sarebbe una forma di neu­tra­lità mul­ti­fun­zio­nale, ma essa è quasi impos­si­bile dopo lo scop­pio della guerra in Siria che impe­gna un po’ tutti. Riad ha inviato il suo primo amba­scia­tore (viag­giante) a Baghad dopo anni di vacanza solo nel 2012. Ankara è il pro­tet­tore non dichia­rato della semi-autonomia di cui gode il Cur­di­stan ira­cheno, oggetto di cure e di freni per non ecci­tare il sepa­ra­ti­smo dei curdi della Turchia.
La grande poli­tica può ben dire di aver sem­pli­fi­cato i suoi oriz­zonti e i suoi stru­menti. È dif­fi­cile tut­ta­via scam­biare la mono­tona alter­na­tiva fra impo­tenza e guerra a seconda dell’utilità rela­tiva dei Grandi per un pro­gresso. Se l’unico metro di giu­di­zio è rap­pre­sen­tato dai «nostri inte­ressi» (our inte­rests), i diritti e le sof­fe­renze delle nazioni, dei popoli e delle per­sone restano alla mercé dei vio­lenti senza dif­fe­renza fra Bene e Male.


domenica 15 giugno 2014

Fronte del mar

L’ennesima strage nel Mediterraneo
non impressiona più nessuno
Luca Fazio
Migranti. Si ribaltano due gommoni al largo delle coste libiche. Le navi della marina trovano 40 naufraghi e 10 corpi senza vita, ma all'appello mancherebbero altre 130 persone. Il ministro dell'Interno Angelino accusa gli altri paesi europei e minaccia di sospendere l'operazione Mare Nostrum: "Il mediterraneo è una frontiera europea e quindi l'Europa deve farsi carico della ricerca di eventuali naufraghi"
Andare a pren­derli. Por­tarli qui. Assi­sterli. Que­sta è la sola cosa da fare per non par­te­ci­pare a un delitto col­let­tivo. Ma non c’è con­danna, né ver­go­gna, per cui basta avere un po’ di for­tuna per non dover assi­stere ogni giorno alla penosa conta dei morti: se le navi dell’operazione “Mare Nostrum” arri­vano per tempo, bene, altri­menti gli anne­gati riman­gono fan­ta­smi e distur­bano ancora meno. Ormai si rimane nel vago, oggi una decina, o decine, forse un cen­ti­naio. Pro­prio in que­ste ore, nel tratto di mare tra la Libia e le isole Pela­gie (Linosa e Lampedusa).
Ma non si impres­siona più nes­suno, nem­meno coloro che per dovere sareb­bero chia­mati ad espri­mere la solita com­mo­zione di rito. I poli­tici. Dun­que, non si capi­sce per­ché que­sto governo (come gli altri) dovrebbe farsi carico di que­sta immane tra­ge­dia che lascia l’opinione pub­blica del tutto indif­fe­rente. La mitica società civile ha altro cui pen­sare. Certo, il mini­stro dell’Interno, per dovere, ogni giorno è costretto a sbrac­ciarsi per farsi sen­tire, ma il suo è un pen­siero che ha il respiro di una con­fe­renza stampa che non inte­ressa nessuno.
Ras­si­cura i sin­daci sici­liani, pro­mette risorse per l’accoglienza, ipo­tizza piani per gestire l’emergenza, come se la siste­ma­zione digni­tosa dei migranti (quasi tutti pro­fu­ghi) non fosse un “pro­blema” che andava gestito e risolto per tempo, mesi fa, distri­buen­doli su tutto il ter­ri­to­rio nazio­nale. Di più non può. Ma soprat­tutto ce l’ha sem­pre con l’Europa Ange­lino Alfano, e ha pure ragione. Nes­suno lo ascolta. Lo lascia solo anche il governo, soprat­tutto il suo pet­to­ruto pre­si­dente del Con­si­glio Mat­teo Renzi, che non ha mai spre­cato una parola per quella che viene deru­bri­cata come “la tra­ge­dia dell’immigrazione”. Prima o poi dirà la sua, magari quando altre decine (o cen­ti­naia) di corpi gia­ce­ranno sul molo di qual­che porto nostrano.
Ma non è que­sto il caso. L’altro giorno i corpi recu­pe­rati sono stati “solo” dieci. Rou­tine. Anche se il sin­daco di Lam­pe­dusa Giusi Nico­lini, la stessa per­sona che il Pd voleva can­di­dare in Europa prima di riman­giarsi la parola data, è stata la prima a ripor­tare le testi­mo­nianze dei soprav­vis­suti che resti­tui­scono alla cro­naca i con­torni dell’ennesima strage nel medi­ter­ra­neo. I morti sono più di dieci. Molti di più.
Que­sti i fatti. Nell’ambito dell’operazione “Mare Nostrum”, una unità della marina ha tro­vato in mare, a 105 miglia da Lam­pe­dusa, 39 nau­fra­ghi alla deriva su un gom­mone, e suc­ces­si­va­mente, 12 miglia più a sud, una nave mer­can­tile ha rac­colto un uomo solo (due dei nau­fra­ghi erano gra­ve­mente ustio­nati e per soc­cor­rerli è stato neces­sa­rio uti­liz­zare un eli­cot­tero). Dalle loro testi­mo­nianze — come ripor­tato da Nico­lini e con­fer­mato dalla marina mili­tare ita­liana — i gom­moni rove­sciati sareb­bero due, e su ognuno si sareb­bero imbar­cate circa 80–90 per­sone. Quindi, nella peg­giore delle ipo­tesi, nel pome­rig­gio di venerdì sono morte 140 per­sone, nella migliore gli scom­parsi sono 120.
Non c’è lutto nazio­nale, non c’è nulla. C’è solo Ange­lino Alfano che dichiara tutto e il con­tra­rio di tutto, senza timore di con­trad­dirsi. Prima ha detto “siamo qui per tro­vare solu­zioni con­crete e imme­diate, la nostra prio­rità è dare acco­glienza e sal­vare vite”, poi ha riba­dito che l’operazione “Mare Nostrum” non può durare all’infinito, anzi ha minac­ciato di sospen­derla, anche se oggi tirare i remi in barca signi­fica con­dan­nare a morte cen­ti­naia e cen­ti­naia di persone.
“Il medi­ter­ra­neo è una fron­tiera euro­pea — ha spie­gato — e noi sal­viamo le vite di chi vuole andare in Europa non di chi vuole venire a Poz­zallo o a Ragusa, e quindi o l’Europa si fa carico di una ope­ra­zione di ricerca dei pos­si­bili nau­fra­ghi oppure la mia pro­po­sta sarà di non pro­se­guire l’operazione “Mare Nostrum”. Ha alzato la voce, e deve essere que­sto il tono che l’Italia cer­cherà di assu­mere durante il seme­stre euro­peo per chie­dere aiuto (cioè soldi) all’Europa: “L’Italia non può più farsi carico del disa­stro creato in Libia dagli altri paesi occi­den­tali, que­sto disa­stro non può essere più solo in carico agli italiani”.
Vero è che la stra­grande mag­gio­ranza dei migranti che rie­scono a sbar­care non ha alcuna inten­zione di fer­marsi in Ita­lia. Pro­ba­bil­mente sarà così anche per gli ulti­mis­simi arri­vati. La notte scorsa, circa 260 per­sone, quasi tutti eri­trei, sono arri­vate nel porto di Cata­nia su un mer­can­tile bat­tente ban­diera di Anti­gua e Bar­buda. Ieri mat­tina, invece, due moto­ve­dette della Guar­dia costiera hanno sal­vato 281 siriani che erano a bordo di un pesche­rec­cio lungo circa venti metri. Altri 700 migranti rac­colti in mare nei giorni scorsi oggi arri­ve­ranno nel porto di Palermo.

mercoledì 11 giugno 2014

Berlinguer, la grande banalizzazione di un comunista scomodo
Luciana Castellina
Il trentennale della morte del segretario del Pci. Banalizzare la sua figura è la peggior sorte che gli si possa riservare. Berlinguer non cercava il consenso facile né era privo di spigoli. Le sue scelte furono molto contrastate, dentro e fuori il partito. Se ne esalta la memoria per rivendicare una continuità che non c’è
Nei giorni scorsi ho scritto anche io sul sup­ple­mento che l’Unità ha dedi­cato a Enrico Ber­lin­guer nel tren­ten­nale della morte. Do atto al quo­ti­diano un tempo “comu­ni­sta” di aver ope­rato un’apertura con­si­de­re­vole per­ché, come è ovvio, era impli­cito che avrei par­lato anche dello scon­tro che, come gruppo de il mani­fe­sto, avemmo con l’allora segre­ta­rio del Pci quando fu decre­tata la nostra radia­zione dal par­tito. Tempi oggi cam­biati rispetto a quelli in cui lo stesso gior­nale era arri­vato a pub­bli­care un arti­colo, a noi rivolto, inti­to­lato «Chi vi paga?», in cui si espri­meva il sospetto che si trat­tasse della Con­fa­gri­col­tori. (Chissà per­ché pro­prio la Confagricoltori).
E tut­ta­via, come mi è capi­tato in que­sti ultimi tempi di ripe­tere, quasi quasi rim­piango quelli pur duris­simi della nostra radia­zione: per­ché lo scon­tro aspris­simo pro­dusse un trauma in tutto il par­tito, se ne discusse a tutti i livelli, si aprì una rifles­sione in tutta l’opinione pub­blica della sinistra.
Oggi si può dire qual­siasi cosa che, vista la povertà del dibat­tito poli­tico, non suscita, non dico pas­sioni, ma nem­meno inte­resse. (Stento a defi­nirla “libertà d’espressione”).
Que­sto sta infatti acca­dendo con l’amplissimo fio­ri­le­gio di pub­bli­ca­zioni dedi­cate alla memo­ria di Enrico Ber­lin­guer: che susci­tano, come è giu­sto e natu­rale, grandi emo­zioni e nostal­gie — soprat­tutto quando si rive­dono le imma­gini strug­genti del dolore pro­fondo e sin­cero di un intero popolo al suo fune­rale — ma non con­tri­bui­scono affatto a chia­rire il pro­filo poli­tico di Ber­lin­guer. Un gio­vane nato negli ultimi decenni potrà desu­merne che si trat­tava solo di un uomo one­sto capace di susci­tare affetto e con­senso. Certo non è poco di que­sti tempi, ma pochis­simo per far capire dav­vero chi era.
Per­ché Ber­lin­guer è stato un diri­gente per nulla privo di spi­goli, che non ha con­cesso nulla alla ricerca di un con­senso faci­lone, non par­liamo delle sue capa­cità comu­ni­ca­tive: era il con­tra­rio dello sho­w­man. E che ha ope­rato scelte spesso con­tra­state e non solo dall’esterno del Pci.
Bana­liz­zarlo è la peg­gior sorte che gli si potesse riser­vare. (Avvenne del resto anche subito dopo la sua morte, con la pub­bli­ca­zione di un numero spe­ciale a lui dedi­cato di “Cri­tica Mar­xi­sta”, dove, se non sba­glio, fu solo Ser­gio Gara­vini a ricor­dare espli­ci­ta­mente que­sti contrasti.)
Non un’operazione inno­cente: serve a far cre­dere che anche quanto si fa oggi sia in defi­ni­tiva in con­ti­nuità con il suo pen­siero. Salvo il fatto che era un po’ troppo bac­chet­tone, un po’ troppo anco­rato al pas­sato, lento nel per­ce­pire quanto aveva invece colto Bet­tino Craxi: che il mondo era cam­biato e per essere con­tem­po­ra­nei biso­gnava spo­sare la moder­nità senza agget­tivi che il sistema proponeva.
(Per­sino il più quo­tato can­di­dato al pre­mio Strega, Fran­ce­sco Pic­colo con il suo “Tutti”, per­corre la stessa strada: ama Ber­lin­guer fino ad iden­ti­fi­carsi con lui, ma lo rende una figura pate­tica, un vec­chio buon nonno).
Luigi Pintor scrisse «E’ morto un buon comunista»
Il nostro giu­di­zio su Ber­lin­guer, per noi che siamo stati radiati, è molto più severo, e insieme molto più posi­tivo. Al momento della radia­zione i punti del con­tra­sto furono impor­tanti. In breve:la sua sor­dità rispetto ai movi­menti emer­genti, peg­gio: il suo sospetto verso il ’68, che privò il Pci della forza che veniva da una nuova gene­ra­zione che aveva cap­tato la valenza delle nuove con­trad­di­zioni del capi­ta­li­smo; l’insufficienza di un sistema tutto fon­dato sulla demo­cra­zia dele­gata e la neces­sità di intrec­ciarla con nuovi orga­ni­smi di rap­pre­sen­tanza diretta; la cri­tica al comu­ni­smo sovie­tico e alla coe­si­stenza fra le due grandi potenze mon­diali intesa come stru­mento dello statu quo.(Fu Luigi Longo, com­pa­gno lar­ga­mente e così ingiu­sta­mente dimen­ti­cato, a capire assai di più, e lo ripetè, ina­scol­tato, fin quando non fu defi­ni­ti­va­mente zit­tito dalla malat­tia. In un arti­colo su “Rina­scita” era per­sino arri­vato ad invo­care mag­giore plu­ra­li­smo, in con­tro­ten­denza con la rigida difesa dell’unanimismo invo­cato in nome di un’unità del par­tito già lar­ga­mente fittizia).
Poi venne il com­pro­messo sto­rico, obiet­tivo di lungo periodo, e il governo di unità nazio­nale come pas­sag­gio verso quella meta. Un’ipotesi che ridu­ceva il ben più com­plesso pro­blema del rap­porto col mondo cat­to­lico a quello con la Demo­cra­zia Cri­stiana. Per Gram­sci si era trat­tato della que­stione con­ta­dina, per Togliatti della que­stione demo­cra­tica per arri­vare più tardi alla com­pren­sione che una reli­gio­sità dav­vero sen­tita poteva con­tri­buire a supe­rare l’identificazione bor­ghese di libertà con indi­vi­dua­li­smo (vedi le tesi del 9° Con­gresso del Pci). Stra­na­mente pro­prio Ber­lin­guer, che cercò più di ogni altro un avvi­ci­na­mento alla Dc, aveva sem­pre mani­fe­stato incom­pren­sione per il ben diverso tra­va­glio di un mondo cat­to­lico che non si iden­ti­fi­cava affatto con il par­tito e che, dopo aver emar­gi­nato Dos­setti, aveva assunto il ruolo di pila­stro del neo­ca­pi­ta­li­smo ita­liano. Fu un rim­pro­vero che avan­zammo già ai tempi della Fgci, quando egli mancò di capire, e a trarne con­se­guenze in ter­mini di ini­zia­tiva poli­tica, la crisi pro­fonda della gio­ventù cat­to­lica per effetto di quella scelta e che portò alle dimis­sioni di ben due pre­si­denti della Giac e molti ade­renti alla Fuci a con­fluire via via nel Pci.
Non sono pochi né di poco conto, dun­que, i dis­sensi che ci hanno oppo­sto. E però c’è poi quanto accadde a par­tire dalla fine dei ’70. Su que­sto non fummo tutti con­cordi e il dibat­tito pro­se­guì a lungo ancora negli anni 2000 sulle colonne de “La Rivi­sta del Mani­fe­sto”, quella che ripren­demmo a pub­bli­care gra­zie all’incontro con gli ex ingra­iani che nel 1969 non ave­vano seguito la nostra scelta e al rein­con­tro fra tutti noi mani­fe­stini, fra cui il rap­porto si era incri­nato nel 1978, col distacco fra il Pdup e la reda­zione del giornale.
Per noi del Pdup si trattò di una vera svolta, la “seconda svolta di Salerno” fu defi­nita, per­ché prese corpo con un discorso di Enrico Ber­lin­guer ad un Comi­tato cen­trale d’emergenza che si tenne in quella città subito dopo il ter­re­moto dell’Irpinia; e dopo che nelle ele­zioni del ’79 il Pci aveva perso il 4% dei voti. In realtà il prezzo pagato alla poli­tica dell’unità nazio­nale era stato ben più pesante di quel pugno di voti: il par­tito stesso ne era uscito fatal­mente dete­rio­rato per effetto della pro­gres­siva iden­ti­fi­ca­zione con il sistema dei poteri locali.
La svolta, di nuovo molto sche­ma­ti­ca­mente, con­si­stette soprattutto:
1.       nell’abbandono del com­pro­messo sto­rico e nella pro­po­sta di alternativa;
2.      la aperta pole­mica con la linea adot­tata dalla Cgil di Lama (e una buona parte della dire­zione del Pci che l’appoggiava), che lo indusse a recarsi ai can­celli della Fiat a riaf­fer­mare il dovere di rap­pre­sen­tanza della classe ope­raia del Pci, e dun­que la pro­po­sta di refe­ren­dum sulla scala mobile azzop­pata dall’accordo detto di San Valen­tino fra sin­da­cato e governo Craxi;
3.      la rot­tura con l’Urss brez­ne­viana, certo fatal­mente tar­diva ma che con quella frase «è ces­sata la spinta pro­pul­siva della rivo­lu­zione di otto­bre» voleva dire una cosa suc­ces­si­va­mente negata: che era comun­que bene che quella rivo­lu­zione ci fosse stata, anche se era andata a finire male;
4.      il suo soste­gno al movi­mento paci­fi­sta, che si accom­pa­gnò al suo discorso sulla pos­si­bi­lità per l’Europa di una terza via, dun­que di un auto­no­mia dai due modelli, così come pur fra molte incer­tezze emer­geva anche nel dibat­tito della sini­stra social­de­mo­cra­tica europea;
5.      il suo discorso sull’austerità, che non voleva dire mona­cale rinun­cia ai pia­ceri della vita (come fu inter­pre­tata), né cedi­mento alle richie­ste padro­nali di “auste­rity”, ma assun­zione del moder­nis­simo pro­blema di un nuovo modello di sviluppo;
6.      e, infine, l’intervista sulla cor­ru­zione, che fu in realtà la denun­cia di una ormai gra­vis­sima crisi della democrazia.
Molti, anche fra le nostre fila, Ros­sana per esem­pio, di que­sto pas­sag­gio det­tero un giu­di­zio più severo, quelli del Pdup vi fon­da­rono invece il rein­con­tro con Ber­lin­guer, nella fase della più pro­fonda aggres­sione dell’anticomunismo cra­xiano. Fu lui stesso a pro­porci di entrare nel Pci, venendo pochi mesi prima di morire al nostro con­gresso a Milano, forse anche per­ché pur essendo noi un pic­colo par­tito ave­vamo qual­che migliaio di qua­dri capaci che pote­vano aiu­tarlo a rom­pere l’isolamento in cui si era tro­vato nel suo stesso par­tito. Noi accet­tammo: non si tratta di un rien­tro – disse Magri al Con­gresso in cui venne presa la deci­sine — ma un rein­con­tro, una tappa del pro­cesso che ave­vamo ipo­tiz­zato fin dalla nascita de “Il Mani­fe­sto”: aprire una dia­let­tica fra movi­mento ope­raio tra­di­zio­nale e nuovi movimenti.
Credo sia stato giu­sto farlo, anche se la improv­visa scom­parsa del segre­ta­rio del Pci tagliò le ali a quella pro­spet­tiva. Altri com­pa­gni, la mag­gio­ranza della reda­zione del gior­nale, non seguì quella scelta e ebbero ragione sul fatto che il Pci che ritro­vammo non era forse più riformabile.
“E’ morto un buon comu­ni­sta” – inti­tolò il giorno dopo la morte di Ber­lin­guer il mani­fe­sto. E Luigi scrisse, affranto, nel suo edi­to­riale del 12 giu­gno che la sua morte «era una tra­ge­dia poli­tica», per via «dei grandi rischi che la demo­cra­zia ita­liana sta cor­rendo». Il titolo diceva: «Caduto in bat­ta­glia», il rico­no­sci­mento della durezza dello scon­tro in cui in quei suoi ultimi anni di vita era impe­gnato, uno scon­tro in cui, «lui che, per sua natura così pru­dente, ha tro­vato accenti estremi per espri­mere i suoi con­vin­ci­menti e susci­tare ener­gie capaci di rove­sciare l’andamento delle cose». Fino a riven­di­care orgo­glio­sa­mente “la diver­sità” dei comu­ni­sti: non per super­bia o arro­ganza, ma per sot­to­li­neare che quel che li distin­gueva era un di più di impe­gno, di mora­lità, di dispo­si­zione al sacri­fi­cio, in nome della lotta per una società non sem­pli­ce­mente “aggiu­stata”, ma radi­cal­mente diversa.
«Non c’è fan­ta­sia, inven­zione o rin­no­va­mento se si sman­tella quello che vi è alle spalle»Enrico Ber­lin­guer
Delle frasi pro­nun­ciate in que­gli ultimi anni da Enrico vor­rei ricor­darne soprat­tutto una, che oggi mi pare essen­ziale: «Non c’è fan­ta­sia, inven­zione o rin­no­va­mento, se si sman­tella quello che vi è alle spalle».
Per finire, la memo­ria di una bat­tuta di Lucio: «Pen­sate la sfiga dei comu­ni­sti, muo­iono tutti – Gram­sci, Togliatti, Ber­lin­guer, Andro­pov – pro­prio quando diven­tano più intelligenti».