mercoledì 25 gennaio 2012

Clima cileno, ma senza Allende



Chi è eversivo davvero, ­i camionisti o il governo «tecnico» che 

punta nella crisi a cancellare le conquiste dei lavoratori?
Tommaso Di Francesco
Era il 14 giugno 1972 quando i camionisti cileni, da tempo finanziati dalla Cia, organizzarono uno sciopero contro il governo di Unidad Po­pular guidato da Salvador Allende. Bisognava ferma­re a tutti i costi quel governo rivoluzionario che l'11, settembre 1973 sarebbe stato abbattuto dal colpo di stato militare del generale Pinochet. Bisognava costruire una mobilitazione sociale corporativa con­tro le riforme del governo che aveva avviato la nazio­nalizzazione delle miniere controllate fino allora da multinazionali straniere, un'autentica riforma agra­ria e la nazionalizzazione delle banche e di piccole e medie imprese strategiche. Nel luglio 1971 i com­mercianti avevano già cominciato ad accaparrare generi di prima necessità, mettendo in ginocchio il Cile. Con il loro sciopero i camionisti cileni provocarono l'interruzione dei rifornimenti di carburante, aggravando la crisi; il primo dicembre le donne del Barrio Alto scesero in strada per un cacerolazo, pro­testa sonora con pentole vuote. L'università era sot­to il controllo del movimento studentesco gremiali­sta di estrema destra di Jaime Guzman.
Questa piccola lezione di storia sembra portarci lontano. Senonché vale la pena ricordare il valore dell'esperienza cilena per le strategie della sinistra internazionale a cominciare dalla scelta del com­promesso storico in Italia da parte del Pci. E comunque serve in questo momento per fare una conside­razione. L'attuale sciopero dei camionisti può esse­re paragonato, socialmente e politicamente, al­l'esperienza cilena?
La prima considerazione da fare è che sì, in Italia i camionisti dei Tir - ora anche, dolorosamente, con una vittima della loro lotta - e i taxisti, stanno bloc­cando l'Italia e gli approvvigionamenti; ed è certo che le dinamiche del «Movimento dei forconi» in Si­cilia sembrano ricordare in modo spettrale, anche con la ventata di indipendentismo, proprio la storia cilena. Insomma  quanto al blocco ge­nerale è sicuro che siamo al Cile. Siamo al Cile ma senza Allende. Anzi viviamo dentro il paradosso della crisi italiana dove i provvedimenti del governo Monti si caratterizzano pro­prio in antitesi al Cile di Allende. Avevamo infatti capito che ci trovavamo di fronte ad una crisi mondia­le ed italiana dell'economia e della finanza iperliberista, siamo invece a li­beralizzazioni il cui unico effetto sarà alla fine, insie­me ad una marginale razionalizzazione venduta co­me «rivoluzione» e addirittura «aumento dei salari», quello di attivare, attizzare sarebbe meglio dire, seg­menti sociali storicamente corporativi anche per­ché o completamente abbandonati da tutti rispetto ad una chiara e consapevole identità sociale, o per­ché da sempre interni alle corruttele e clientele del potere, locale e nazionale. Stavolta, è giusto ricor­darlo, i camionisti dei Tir rivendicano contenuti (la contrarietà all'aumento di carburanti e pedaggi au­tostradali) assolutamente comprensibili da tutti, an­che a sinistra. Compresa la denuncia delle loro «operaie» condizioni di lavoro e dello sfruttamento a nero a cui sono costretti.
E vero che ci troviamo di fronte ai «padroncini della mobilità». Ma chi ha mai messo mano al fatto che a predominare il trasporto di merci - e grazie al­le liberalizzazioni montiane, tra poco non solo quel­le - sia il settore «su gomma» degli autotrasportato­ri, invece che «su rotaia» o, meglio e più razional­mente, «su acqua» per un paese-penisola proiettata dentro il mare?
Facile prendersela con i camionisti e i taxisti. O con la destra estrema che, in compagnia dei frantu­mi della compagine berlusconiana sempre in ag­guato, in Sicilia fa il suo lavoro sporco, «ungherese», in chiave antiunitaria e antisistema progettando una nuova «Reggio Calabria» del XXImo secolo. Dif­ficile invece denunciare quello che in questo momento appare a noi come realmente eversivo. Vale a dire il governo del «tecnico» Mario Monti. Il quale non perde occasione, di fronte alla presunta dirom­penza delle sue liberalizzazioni, di rivendicare che lui può essere così spregiudicato perché «non deve tenere conto del corpo elettorale». Insomma, non deve rispondere ad un processo democratico. Una condizione pericolosa la sua - e veniamo all'eversio­ne più esplicita - che non gli impedisce, in compa­gnia della ministra Fornero, di manipolare la Costi­tuzione e lo Statuto dei lavoratori, nel tentativo di stravolgere l'Articolo 18 che impedisce la mano libe­ra sui licenziamenti che già devastano il Belpaese e che però «non è tabù». Fino all'dea, rimandata a pa­role, della quasi cancellazione della cassa integra­zione, considerata sperpero non finalizzato alla ri­presa produttiva. Quale, se le previsioni di Bce, Fmi e dello stesso governo parlano di crescita sottozero per i prossimi due-tre anni? È un comportamento eversivo che, togliendo legittimità politica ai sinda­cati, da quelli nazionali a quelli di categoria e di ba­se, destruttura la rappresentanza del lavoro dentro la crisi del neoliberismo. Siamo all'introduzione a Weimar. Ci sono già tutti i segnali di una deriva au­toritaria. Nell'assenza di una sinistra che torni a co­niugare l'idea di un blocco sociale alternativo.